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Rimembranze

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Il mio sguardo si è perso nella vastità del nulla. Ho rincorso le nuvole perdendomi nella loro scia. Mi sono ritrovato nel sorgere della Luna e l’ho seguita nel suo peregrinare lontano dai raggi del Sole che – meschini – le rubano ogni giorno la scena. L’ho vista mutar di forma e cammino. L’ho vista scomparire e poi tornare nel suo magnifico splendore. Ogni notte ho disteso le ali e sono volato via, fuori dalla prigione di me stesso.
… E tornando mi son rifondato.

Parole

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[foto dal web]

Quante sono le parole? tante vero?
Così tante che ci si perde.
Eppure nessuna sa scolpire il nostro volto interiore.
Ecco, solo il silenzio potrà.

…E per chi avrà il coraggio
rimmarrà solo uno specchio muto ….

DontGiveUp

bataclan

“Tanto lavoro da fare”
…paura…
“Vorrei piangere”
…sgomento…
“Vorrei non essere chi sono”
…rabbia…
“Con un solo gesto vorrei cancellare tutto, non così, non così, non così”
…vigliacchi…
“Sì, ho sentito una donna urlare: ils sont des lâches
…sangue…
“E ho sentito gli spari e le esplosioni”
…libertà…
“E’ il mio compito, sono dovuta venire per tutti loro. Per portarli di là.”
…Noi…
“Ma non ce la faccio a guardarli negli occhi!”
…Noi…
“Continuate a vivere, continuate a sorridere, continuate a cantare. Nulla andrà sprecato.”
…Noi…

Caron Dimonio

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[José Benlliure y Gil – La Barca de Caronte]

Non so perché ma guardando fuori ricordo Caronte, l’ultima volta che lo vidi. La lanterna fioca, un po’ ingobbito. I cadaveri affollavano entrambe le sponde. Stava rovistando nelle loro tasche: poche monete, foglietti sgualciti, avanzi di cibo. Ormai pochi si ricordano di lui, ma il suo lavoro eterno dura, ed anche se fatica a riconoscere una sponda dall’altra nessuno si lamenta. Non volle saperne di traghettarmi. Disse che la barca non avrebbe retto al peso dei miei ricordi: che tornassi dopo essermene liberato. Sì, e sembra facile: lo scorrere del tempo che non lascia traccia sul mio volto, incide a fondo la mia anima, distorcendola.
Questa la condanna: sopravvivere.

“Caron dimonio, con occhi di bragia | loro accennando, tutte le raccoglie; | batte col remo qualunque s’adagia. || Come d’autunno si levan le foglie | l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo | vede a la terra tutte le sue spoglie, || similemente il mal seme d’Adamo | gittansi di quel lito ad una ad una, | per cenni come augel per suo richiamo”.
[Dante, Inferno, III, vv. 109-117]

Oltre l’orizzonte

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[Image from Comic Sandman]

Hai presente quando chiudi gli occhi e ti aspetti di vedere il buio – solo il buio dico – e invece non vedi il buio proprio per nulla? Ti scoppia nel cervello una galassia di punti multicolori stelle orbite flash sblish esplosioni insomma sì. Il tuo corpo non ha più senso sei proiettato fuori in un’altra dimensione astratto fuori dal continuum pura essenza nello spazio infinito. E freddo.
E poi … poi lentamente …. molto lentamente lo vedi … lagggiù in fondo … un poco oltre il curvare dell’orizzonte .. vedi come tutto converge verso un unico punto nero. Termine e principio, alfa e omega.

Fuoco sulla collina

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Chi arriva da Nord chi viene da Sud. Non importa. Fuoco sulla collina. Sempre gli stessi, ovunque. Non importa perchè, non importa quando. Il fuoco è sempre lo stesso anche se le colline cambiano. Processioni silenziose in bianco con cappucci calati, marce in verde con cappucci calzati. Piedi scalzi, piedi con stivali. Occhi che non vedono: non c’è più nulla da vedere! Tutto è noto. Si procede a memoria. I piedi graffiati, tagliati, feriti. Nulla importa. Fuoco sulla collina. Nulla importa. Il paesaggio è polveroso e perde i contorni, il paesaggio è verde ed umido. Gli spigoli sono smussati dalle intemperie e dalla distruzione, gli angoli pieni di sabbia o sporcizia o felci. Fuoco sulla collina come meta e come fuga. Come punto di passaggio obbligatorio, fungo velenoso, consapevolezza assente. Poi tutto brucia e la cenere si disperde nel vento.