Ricordi …. Novembre 2011, Tanzania

Dar è città caotica di traffico: auto e taxi, City Bus ripieni di gente dalla faccia stanca e lo sguardo vacuo, motorette cabinate per il trasporto istantaneo di due persone – pazzi scatenati con licenza di uccidersi che passano ovunque. Ovunque gente ferma a crocchi, bancarelle e piccole rivendite, biciclette con frutta e carretti con pneumatici pieni all’inverosimile di qualsiasi cosa spinti a mano o trainati a fatica in bici.

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Dar è una città che cresce in fretta, la gente arriva qui dalla campagna in cerca di un futuro migliore. Nei villaggi non c’è niente, non c’è acqua, non c’è energia elettrica, assistenza medica. Nulla. La Tanzania non è povera, ha miniere, petrolio, risorse turistiche, ma, mi dice il driver, il presidente parla parla e non fa mai niente per il paese, per la gente. Tiene tutta la ricchezza nelle proprie mani, nei propri conti. Fra tre anni, alle nuove elezioni, non potrà più essere rieletto, e quindi sta portando tutti i soldi all’estero! Se a Dar e nel paese manca la luce, a lui non importa, lui ha un generatore privato. “Future will change … for a fight or sit down a let’s have a talk”.

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Solo le strade principali sono asfaltate – più o meno – il resto è fantasia, un’ipotesi di straducole costellate di varia umanità. Al posto di negozi ho visto alberi di jeans e alberi di scarpe, selezionatori di immondizie in cerca di bottiglie di plastica rivendibili per buone, sbucciatori di mapo con in mano un machete, l’entrata di un matrimonio islamico con donne grasse vestite tutte uguali che scendevano da un pullmino. Qui le religioni si accatastano una sull’altra, come i taxi: 1/3 cristiani, 1/3 islamici il resto varie ed eventuali “indigenous beliefs”.

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Ci si muove solo in macchina, il traffico è un mostro tentacolare che scorre nelle vie principali bloccandosi sotto un sole caldo e umido. Il taxista propone una strada alternativa e Hugo dice che va bene. Entriamo in un mondo che non è nostro, non ci rifiuta, ma ci permette di attraversarlo solo nella navicella della nostra auto. Una dimensione diversa dove la povertà è tangibile come il fango della strada e odora di acqua stagnante e immondizia. Eppure ad un passante come me trasmette vita e non rassegnazione. Il taxista si infila in strade dove non avrei creduto di vederne passare nemmeno mezza di macchina, non mi stupirei se scoprissi che sta andando solo su due ruote. Ho visto bici fare evoluzioni anfibie che noi umani non avremmo potuto nemmeno immaginare. Scarpe usate essere esposte in vendita ai bordi del fango. Più in là, nel traffico asfaltato, ragazzi e uomini risalgono la corrente come salmoni scuri dalla pelle sudata per vendere accendini, servizi di piatti e coltelli tedeschi, mele e quadri tridimensionali cangianti raffiguranti un improbabile Cristo benedicente, c’è anche la versione islamica con diverse viste della Ka’ba che si rivelano a seconda dell’angolo di osservazione…

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Chronicles of Novgorod 1.

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Fuori non si può stare. I reietti che vivono riparandosi negli anfratti, in quello che rimane della vecchia città, non hanno più una forma che possa dirsi umana. Il più piccolo refolo di vento ancora riempie l’aria di una polvere biancastra e maligna. Una polvere che brucia dentro, una polvere che ha rimodellato e rimodella ancora le forme, con l’estro di un pittore ubriaco che, abbagliato da incubi demoniaci, dipinge esseri mutanti che poco hanno a che fare con l’armonia primigena.

E’ per questo che noi ci siamo ritirati, nascosti come topi nelle nostre tane. Abbiamo trovato riparo in questo reticolo sotterraneo fatto di cunicoli e caverne. Aria stagnante e acqua marcia. Nessuno di noi ricorda più le sfumature che assume la luce del sole al tramonto, o le gocce di rugiada che imperlano l’erba delicata all’alba di un nuovo giorno. I più giovani addirittura non ci credono nemmeno, pensano siano solo un mito, un vano favoleggiare.

Qua sotto abbiamo trovato la salvezza. Ma il prezzo da pagare è stato alto. Io stesso non dovrei essere qui ora a scrivere queste righe eretiche. Se mi scoprissero sarebbe la fine, il nulla. Nessuna pubblicità nessun processo o condanna. Non è permesso, anzi, non è previsto. Gli Eletti, per mezzo di un loro inviato, semplicemente provvederebbero a delocalizzarmi, cancellando ogni mia traccia da questo piano dell’esistenza. Sì, so bene che esistono molti diversi piani su cui questa nostra realtà – o una simile – si fa viva, ma questo è l’unico cui io ho accesso, per questo, in fondo, ci sono così affezionato! E tuttavia, ben conscio del rischio, sono qui a scrivere e non so perché, che cosa mi spinga in realtà. Forse soltanto perché un giorno trovai per caso, incisa nella parete di una di queste gallerie, un parola. Un’unica misera semplice parola che segnò la mia vita: LIBERTA’. Tracciata in modo debole ed incerto, eppure era là, ed io a leggerla, altrettanto incerto, come un bimbo che articola le sue prime sillabe. Provando a mettertele insieme, una ad una, cercando di ottenere un suono unico, compiuto, suono fino ad allora ignoto. Ed ancor più ignoto il senso. Quando tornai a cercarla, il mattino dopo, stentai a riconoscere il luogo. Diversa la geometria del cunicolo, diverse le diramazioni delle gallerie. Nessuna scritta, solo una parete liscia e fredda. Integra nella su inviolabilità.

Non ne parlai con nessuno ovviamente. Nessuno mi avrebbe ascoltato, non è permesso. Nel nostro mondo ristretto, basato sull’assoluta uguaglianza, nessuna novità è ammessa. La nostra stessa sopravvivenza, ci hanno sempre detto gli Eletti, si basa sul flusso continuo costante ed immutabile del nostro lavoro e del nostro pensiero legato ad esso. Ogni divagazione, ogni alternativa, deve essere stroncata alla radice, perché ogni distrazione porta all’errore, e l’errore di uno alla catastrofe di molti, forse di tutti …. O qualcosa del genere. Non è mai molto chiaro.

Il mio lavoro è osservare. Osservare il mondo là fuori e riferire ogni mutamento. Osservare senza pormi domande, come uno strumento inerte, come una lente puntata verso l’esterno. E forse un tempo ero proprio così. Non ho memoria del mio passato. Se mi volto nel tempo e faccio nella mente un passo di lato per avere una prospettiva migliore, ecco, io vedo solo un breve tratto di una strada che si perde in un orizzonte lattiginoso. Una strada che però, ogni volta, mi appare meglio definita più profonda, riscattando attimi all’oblio.

Shadow, un’ombra

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Ci sono delle volte in cui lo vedo ancora vagare lungo i vicoli spenti della vecchia città. Non piove più, ma il cielo è ancora plumbeo. Pezzi di cornicione si staccano dalle facciate dei palazzi che non cura più nessuno. I mega-schermi della pubblicità e della realTV non abbagliano più con le loro luci. Anche i locali hanno chiuso le porte e l’insegna dell’Ultimo Paradiso giace disfatta coperta da altre macerie urbane e frammenti di ricordi.

Si è lasciato crescere i capelli, e la barba mimetizza le cicatrici del tempo che solcano il suo viso. Cammina lento strascicando i piedi. A volte, incerto, rimane sospeso a metà di un passo.

E guidare a fari spenti

Nella notte per vedere

Se poi è così difficile morire ….

Tu chiamale se vuoi

Emozioni …

Ormai la sua essenza ha raggiunto ciò che un tempo dichiarava nel nome. E’ andato anche oltre. Oltre se stesso, sfidando la marea del tempo che ancora lo trattiene qui. Oltre il tempo che lo aveva chiuso in un angolo dimenticandolo, sfidando la Luna che si nasconde impotente. E mi domando allora se fu finzione, un inganno della mente, quella volta che mi convinsi di averlo visto acchiappare un raggio argentato e salire fin lassù.

Già! … I ricordi … I ricordi sono solo il costrutto di una mente contorta, si adagiano sul tempo trascorso mutandone la forma. Come le aspettative su un futuro che non verrà mai.

Shadow era il nome con cui si faceva chiamare, l’ombra oscura che scivola contro i muri. Ora quei muri si sgretolano poco a poco … e nome ed uomo si sono congiunti, fondendosi, tanto che non si distingue più l’uno dall’altro.

E’ tornato a camminare in quella stessa città che lo vide vivo, vivo e in esilio da se stesso. Che lo vide relegato nella notte, eppure profondamente legato a quella che allora chiamava Vita.

Ogni scelta prevede quantomeno una biforcazione, uno sdoppiarsi delle realtà possibili. Affinché la propria realtà prevalga bisogna agire, imporsi, lasciare il segno. Altrimenti, inevitabilmente, si verrà sopraffatti, finendo nell’oblio, nel nulla. E Shadow era sopravvissuto. Scivolando di ombra in ombra, abbattendo uno ad uno tutti gli antagonisti. Solo il ricordo non poteva scacciare, e lo rodeva da dentro, come fa un tarlo con un vecchio pezzo di legno, nodoso e scricchiolante. Ma anche come fanno le termiti con i rami di eucalipto, donando ad un popolo antico ed immutato uno strumento con cui evocare il mondo ad ogni risveglio, con cui cantare l’intera esistenza.

Era sopravvissuto alla tempesta, al vento del tempo che aveva soffiato via tutto il resto … E dopo era giunto il silenzio. Il vuoto. Quella sensazione che attanaglia lo stomaco e ti tiene sospeso come una piccola sfera umida e fredda, isolato, mentre tutto intorno si fa buio. E non sa nemmeno lui se fu per forza o per viltà che non si era lasciato andare. Di certo per caparbietà. Poi anche l’ultima parvenza di luce si era spenta. La Luna. Le Stelle. Tutto. Perduto. E lui lì, immobile, ad ascoltare il proprio respiro.

Lui era un’ombra che si mimetizza dentro se stessa, un’ombra nella notte. Nulla avrebbe potuto cambiare questo, nemmeno la Notte stessa. Era l’ombra proiettata dalla Luna, o da un qualsiasi lampione sul marciapiede oleoso. E quando tutto intorno si era spento … beh … allora la sua ombra si era fusa con la terra divenendone parte. Diventando il Tutto, disgregandosi nel Nulla. Eppure era rimasto lì, immobile, ad ascoltare il proprio respiro. E il tempo era passato. Non importa quanto. Forse non importa nemmeno perché. Il tempo non ha bisogno di spiegazioni, scivola via come finissimi granelli di sabbia fra le dita. Shadow aveva fatto appena in tempo a balzarne fuori per non esserne sopraffatto.

Pochi sono coloro a cui è dato di trovare riparo fra le pieghe del Tempo.

Rammento ancora Lazzaro quando lo incontrai: duemila anni a girovagare scalzo e senza meta, senza un destino a cui appellarsi. E tutto per quell’attimo di gloria quando, già avvolto nelle bende, ormai maleodorante, fu chiamato a levarsi e ad uscire dal sepolcro. Lui, già pronto al riposo eterno. Lui, defraudato della possibilità di unirsi alla schiera delle anime. Lui, già morto ma di nuovo vivo. Ed ora la Dama con la falce che lo sdegna evitandolo: merce non sua!

Ricordo anche Utanapishtim. Lo incontrai sulla riva del fiume, annoiato nel suo giardino. Gli Dei gli avevano concesso il premio … il Premio, mi disse. Quei dei beffardi che a volte prendevano un uomo e si divertivano per un po’ a giocare con lui al teatrino della vita, innalzandolo al loro livello … prima di precipitarlo nuovamente, solo e sfinito, sulla nuda terra. Ed ora, uno ad uno, quegli Dei erano scomparsi, dimenticati, le loro statue rovesciate a terra e rotte. Utanapishtim è ancora lì e il tempo scorre su di lui che si trascina stanco coltivando fiori che non appassiscono mai. Non può andare altrove. Non può fare altro se non ripetersi.

DUM VIVIMUS, VIVAMUS!