Drone rewind 1.

Drone. Il suo potere il suo fascino, la malia delle sue nebbie iridescenti, la pioggia incessante, i grattacieli di cui non scorgi la fine, le mille presenze che alitano intorno a te solo in parte visibili, gli schermi accesi twentyfour/seven. Vieni prendimi comprami ti farò volare ti farò sognare ti farò dimenticare nel blu dipinto di blu che non esiste quaggiù prendimi le mani legamele col fil di ferro fino a farmi male fino a che non urlo senti le mie unghie che ti graffiano i miei denti la mia lingua voglio le tue mani i tuoi occhi voglio il tuo $€$$0 non importa quale voglio voglio voglio l’erba voglio che non cresce nemmeno nel giardino del Re. Tutti hanno un chip nel cervello che rende questa vita almeno sopportabile, l’illusione di esistere, di essere qualcosa al di là del nulla.

Tutto ciò che credevo di essermi lasciato alle spalle, lo ritrovo con una tale facilità che mi mostra quanto Drone sia ben più di una città, un posto dove sopravvivere. Essa è come un’infezione che si annida nel sangue: non te ne puoi liberare. Puoi voltarti dall’altra parte, fingere che il sole illumini benigno la via che stai percorrendo e la tua ombra stagli netta il profilo contro il muro, alberi fiori persino un piccolo ruscello che contorna la radura. Eppure basta un nulla un sussurro una parola che si spezza o il silenzio che si protrae dal tramonto all’alba, il mulinare del vento che sparpaglia le foglie nell’angolo del cortile dove giocavi bambino … davvero solo una piccola cosa, un pulviscolo, o peggio ancora la marea dei ricordi che ti assale, ed ecco tutto è di nuovo lì attorno a te. Drone, la Città Eterna, ti avvolge nel suo abbraccio ancora una volta, come una madre, come una mantide che ama con passione e poi uccide l’amato dopo averne succhiato fuori il midollo.

Que tu viennes du ciel ou de l’enfer, qu’importe,
Ô Beauté ! monstre énorme, effrayant, ingénu!
Si ton œil, ton souris, ton pied, m’ouvrent la porte
D’un Infini que j’aime et n’ai jamais connu?

[Charles Baudelaire – Hymne à la beauté]