Caron Dimonio

Jose-Benlliure-Y-Gil-La-barca-de-Caronte
[José Benlliure y Gil – La Barca de Caronte]

Non so perché ma guardando fuori ricordo Caronte, l’ultima volta che lo vidi. La lanterna fioca, un po’ ingobbito. I cadaveri affollavano entrambe le sponde. Stava rovistando nelle loro tasche: poche monete, foglietti sgualciti, avanzi di cibo. Ormai pochi si ricordano di lui, ma il suo lavoro eterno dura, ed anche se fatica a riconoscere una sponda dall’altra nessuno si lamenta. Non volle saperne di traghettarmi. Disse che la barca non avrebbe retto al peso dei miei ricordi: che tornassi dopo essermene liberato. Sì, e sembra facile: lo scorrere del tempo che non lascia traccia sul mio volto, incide a fondo la mia anima, distorcendola.
Questa la condanna: sopravvivere.

“Caron dimonio, con occhi di bragia | loro accennando, tutte le raccoglie; | batte col remo qualunque s’adagia. || Come d’autunno si levan le foglie | l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo | vede a la terra tutte le sue spoglie, || similemente il mal seme d’Adamo | gittansi di quel lito ad una ad una, | per cenni come augel per suo richiamo”.
[Dante, Inferno, III, vv. 109-117]

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