Le Belva e la Tenebra

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[Picture from the video]
 

E ci sono giorni che in questo silenzio c’è così tanto rumore che non riesco nemmeno a sentire i miei pensieri che si perdono inutili. Learning to fly. Spegnete questo Sole! I suoi raggi bruciano e si rifrangono nei cristalli di questa polvere malefica bruciandomi gli occhi. Mi nascondo. Una colonna di reietti trascina lenta le proprie catene. Le fruste dei guardiani schioccano nell’aria e scorticano la pelle di quegli esseri deformati dalle radiazioni. Mutamenti fuori natura. No! Nulla esiste fuori natura. Tutto ha un suo corso ed una sua ragione di essere. Disastro e Devastazione i suoi ultimi figli. Ecco, si affrettano. Ma il buio li coglierà ancora senza le protezione della fortezza. Non esiste pace. Non esiste pentimento. E quando il sole scenderà dietro l’orizzonte, l’aria resterà per un attimo immota, sulla soglia del mio Regno. Ed io li accoglierò, brandendo la mia lama di tenebra. Dispenserò il giusto premio. Il premio definitivo. Non farò distinzione tra pari e dispari, tra dritti e mancini, poiché non vi è più distinzione. Esistono solo notti in cui il Demone esige il sacrificio, e nessuno può andare sprecato.

La loro colpa: aver calpestato il sentiero che è mio. Il prezzo: il loro sangue versato per nutrire la terra riarsa. E di uno, uno solo, il cuore che divorerò ancora caldo e pulsante. Già! Eppure lo so che questa parte mi è preclusa ormai! In questo mondo arido fatto solo di creature già morte. Mi volto e mi allontano lento. A terra restano soltanto membra scomposte che in breve inceneriscono.

Sono fuori dal mondo! Non esiste più nutrimento, un cuore pulsante che rimandi l’eco del mio. Punto la mia lama nera verso la volta nera del cielo. Mi occhi la trafiggono scrutandomi accusatori. Da ogni occhiello scende inesorabile una catena che si attorciglia al mio corpo alla mia gola alle mie caviglie legandomi strozzandomi inchiodandomi a questo piano dell’esistenza.

Mi osservo da fuori. Vedo rampicanti spinosi sorgere inesorabili dal terreno riarso, dalle mie viscere, dalla mia bocca, dalla terra smossa dove ho sepolto me stesso. Ed io qui, simulacro di un’idea, resto a vagare, condannato a resistere. Do un calcio ad una pietra, si sgretola in una nuvoletta di polvere che prima di posarsi a terra si trasforma in un ghigno di scherno “io so chi eri!” mi canzona. Chi ero! E non sono più. Poggio una mano a terra. Ne rammento l’antico calore. Io c’ero. Si divisero il mondo: Zeus la Terra, Ade gli Inferi, Poseidon il continente sommerso. Ed a me la Tenebra. Tempi antichi. Le esplosioni hanno cancellato tutto. Ed io non ho saputo prevederle.

Mi osservo da fuori. La mia figura pare translucida in questa nebbiolina azzurra. Cerco riparo. Un’ombra tra le ombre. I bordi sfumati, frastagliati, gocciolano frammenti di me stesso, di notte e solitudine. Basta la luce di un lampione malato a rompere l’incanto. Mi dissolvo nel nulla. Inutile e dimenticato. Concentro la mia volontà in una chiazza di nero che, come un’onda flessuosa, scivola via. So come non perdermi.

Sono sopravvissuto a tutto, ritrovandomi di nuovo vivo nel nulla in mezzo al nulla. Conosco i segreti della Tenebra. Conosco i mille colori mutevoli che si sommano nel buio più totale. Due occhi gialli mi fissano. Un ringhio basso e monotono. Le fessure nel buio si moltiplicano, predicando la loro fame in questo mondo devastato, che ha generato mille predatori che popolano ora le sue solitudini radioattive. Piccole nullità. Io ero qui sin dall’inizio. Rivendico di diritto il mio primato. Io sono la Belva! Sono stanco ora, stanco e spezzato sì. Ma sono io la Belva. Voi moscerini già morti.

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