Negromanzia

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Un cavaliere, che non crede ai demoni, sfida un chierico esperto di negromanzia ad evocarli per vincere la sua incredulità. Il chierico si schermisce, ma poi conduce il cavaliere ad un crocevia, traccia un cerchio per terra e avverte il cavaliere di stare dentro al cerchio per proteggersi dai demoni. I demoni appaiono e cercano di atterrire il cavaliere. Finalmente compare il Diavolo in persona, terrificante fantasma sovrastante gli alberi, avvolto in un mantello nero. Il Demonio si atteggia a utile servitore dei suoi amici, compreso il chierico che lo ha evocato ed elenca esattamente i peccati del cavaliere per dimostrare che nulla di ciò che è male gli è celato. Dopo aver fatto varie richieste, tutte respinte dal cavaliere, il Diavolo allunga il braccio per afferrarlo e portarlo via. Terrorizzato, il cavaliere lancia un grido; il chierico corre in suo soccorso e il Diavolo svanisce. Per il resto della sua vita il cavaliere rimane pallido ed è di una moralità scrupolosa.

Questo racconto contiene tre motivi comuni negli exempla di negromanzia.
Primo; il cerchio è visto chiaramente come un cerchio protettivo. Questo motivo ricorrente, che non sembra avere fondamento nei riti dei negromanti, può essere un modo di drammatizzare la situazione precaria di chi si balocca con la negromanzia: un modo di dire, in sostanza, che un passo nella direzione sbagliata porta al rischio di perdizione.
Secondo; il Demonio è rappresentato come un servitore menzognero e infido. La morale che si può applicare ai negromanti e alla gente comune è “chi si fida di un demone ha quello che si merita”.
Terzo; la possibilità di pentimento. Ogni buon predicatore ha per norma di incutere prima timore, e poi di offrire speranza.

Questi racconti dovevano essere una propaganda assai efficace nel suscitare tra i fedeli il timore della negromanzia. Le ragioni per opporsi alla magia erano molte. Anche nelle sue forme apparentemente più innocue e divertenti poteva comportare una presuntuosa usurpazione dei misteri e delle facoltà creatrici di Dio. Dal punto di vista morale e teologico c’erano altri due motivi per condannarla: la possibilità che essa facesse ricorso ai demoni anche quando sembrava servirsi solo di forze naturali, e il suo uso sacrilego di oggetti sacri o di parole pie mescolate in modo blasfemo a parole empie. Se anche i chierici si rendevano colpevoli di simili trasgressioni, che dire della vecchia comare o del cerusico di villaggio che usava strane erbe medicinali e formule superstiziose? Forse anche costoro praticavano la negromanzia? Lo storico può arrischiare una cauta risposta negativa a questa domanda, ma i contemporanei non erano sempre così generosi. Questi timori possono sembrare poco condivisibili in un’età in cui religione e magia sono largamente oggetto di incredulità, ma per capire qualcosa dei documenti storici dobbiamo renderci conto della minaccia che la magia rappresentava in un’età in cui il suo potere era quasi universalmente dato per scontato.

Il mondo era più giovane allora, la scienza come l’Uomo la conosce non era ancora stata concepita, ed il confine fra l’oggetto e la sua proiezione fantastica era molto sfumato. Nelle notti di plenilunio poi il passaggio tra questo e l’altro mondo, quello cui ai mortali è vietato l’accesso, quello che corre parallelo e sepolto, rimaneva aperto. Per questo si consigliava allora, soprattutto ai giovani, di non fermarsi oltre il calar del sole a rimirar i raggi della Luna. Spiriti di confine, piccoli demoni e voci senza padrone avrebbero potuto sussurrare al loro orecchio confondendo le loro idee non ancora ben salde, turbando la loro fertile mente per sempre. Era allora che la Vera Fede bandiva il Sogno. In quei giorni dovetti in parte ritirarmi e seguire l’Uomo di noscosto nella sua evoluzione e consigliarlo lungo il cammino verso il mio Reame. Non fu cosa troppo difficile lo confesso. Ma questa è un’altra storia.

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