Shadow – Monks

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[Image Lovecraft by Ivany]

E non mi rimaneva che spiarli da lontano.
Sapevo chi erano. Ed era meglio non avvicinarsi. Portavano torce per illuminare il loro cammino. Fra loro non si conoscevano. Erano convenuti in quel luogo ed in quella ora per un qualche comando scritto nel loro codice genetico. Sapevano solo la strada da percorrere ed il fine che perseguivano. Nulla avrebbe potuto frapporsi fra loro ed il raggiungimento dell’obbiettivo. Esseri perfetti forse lontani dal genoma umano più di quanto io stesso non potessi immaginare. L’aria stessa, al loro passare, si piegava su se stessa in forme perverse. Non era la prima volta che assistevo ad una di queste processioni. Più volte nell’arco dei secoli che ho visto delle esistenze che hanno segnato le mie ossa avevo incontrato gli incappucciati lungo il mio cammino. Sapevo che era meglio tenersi alla larga da loro. Si credeva che fossero esseri tornati dall’aldilà, morti mai vissuti, demoni che abitano gli spazi fra i mondi. Col nome di Nazgûl li incontrai la prima volta, e mi confusi fra di loro, nessuno di loro mi riconobbe. Infondo anche io sono come loro. La mia natura non mi è dato di rivelare. La mia condanna la sopravvivenza, la tortura di un Prometeo a cui è negata anche la compagnia dell’aquila.
Non sono mai stato prudente, la prudenza porta alla noia e la noia ad una morte lenta. Meglio trovare una morte veloce infilato dalla spada di un avventuriero più veloce di me. Non ne ho mai trovati però di più veloci. Sono ancora vivo. Nonostante tutto.
Mi avvicinai per scrutare con loro nella bocca del Destino. Per assistere all’officium che andavano a celebrare, e quando il portale si sarebbe aperto per far passare il sommo sacerdote, gli avrei strappato il cuore, o gli avrei sottratto un ultimo incantesimo.
Amo il suono delle ossa che si rompono e delle lame che si schiantano in battaglia, amo il suono del violino che armonizza in una notte senza luna imitando e suggerendo i passi leggeri di una ballerina invisibile. Amo ciò che mi è precluso e ciò che mi rende unico e sconosciuto anche a me stesso.
Ma non ero stato attento. La vana speranza di un aiuto negli occhi della loro vittima sacrificale, che mi intravvide attraverso il bagliore riflesso di una scintilla portata nel vento, mi tradì. Fu il tempo di un soffio di vento ed in tre si voltarono. Il nulla sotto i loro cappucci, il nero più nero dove ogni luce veniva catturata e sottratta a questa parte di esistenza. Ciò che seguì risulta ancora oggi difficile a raccontarsi, ma ciò che rimase furono brandelli di nero che svolazzavano nell’aria immota e tre tuniche afflosciatesi terra. La mia spada grondava di una sostanza vischiosa figlia dell’abisso, che rapidamente scomparve alla vista lasciando dietro di sé l’odore malevolo di una promessa di vendetta futura.

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